quarta-feira, 25 de fevereiro de 2009

LA DOLCE RIVOLUZIONE DEI PENDOLARI

Da qualche mese sono diventato un “pendolare”; i pendolari, per chi non lo sapesse, sono quelle persone che – per le più svariate esigenze, ma solitamente per lavoro – fanno avanti e indietro tra la loro città di residenza e il luogo dove svolgono l’attività lavorativa; “pendolano”, appunto, da un luogo all’altro.
Il mio è però un pendolarismo del tutto particolare. Non si tratta nel mio caso di andare e venire tra una città ed un’altra, ma tra una nazione ed un’altra; anzi, tra un continente e l’altro.
Ovviamente mi riferisco al pendolarismo tra Italia e Brasile; una situazione oggi comune (anche se con ritmi e frequenze diverse a seconda dei casi) a centinaia di persone, principalmente uomini di affari o addetti al turismo.
E cosa si scopre “pendolando”? Niente di straordinario per chi, come tanti italiani e oriundi che vivono in Brasile, ha già vissuto questo strano e contraddittorio dualismo, che consiste nel sentirsi al tempo stesso forestiero nella propria patria e nel paese straniero. Un sentimento che ti fa spesso apprezzare cose che prima non notavi, o davi per scontate, e che improvvisamente assumono per te una importanza straordinaria. Ad un tratto sembra che quel sorriso o quella maniera di parlare sia la cosa più bella del mondo, o che mai e poi mai potresti continuare a vivere senza quegli odori e quei sapori. Ed il bello è che quel sorriso sta da una parte del continente mentre quei sapori stanno dall’altra parte, o viceversa; in una parola: ci mancherà sempre qualcosa, ovunque ci troviamo.
Ma, forse - ed è questa la semplice riflessione che vorrei sviluppare - le cose stanno proprio al contrario. Chi vive a cavallo tra due mondi, come anche chi ha diviso la propria esistenza tra due nazioni, si porta dietro una ricchezza unica e incommensurabile: lingue e culture diverse, ma anche valori e tradizioni, usi e costumi di popoli lontani che questa sorta di ‘transumanza’ (il passaggio cioè nel tempo e nello spazio) riesce magicamente a trasformare in una vera e propria ricchezza in grado di fare crescere e sviluppare interi Paesi e continenti.
Cosa sarebbe l’Italia senza le salutari contaminazioni di popoli, razze ed etnie diverse che nel corso di millenni ne hanno caratterizzato la storia, contribuendo a costruire quel Paese che oggi è da tutti considerato la culla dell’arte e della cultura mondiale?
E cosa sarebbe il Brasile senza il continuo mescolarsi di razze e religioni che ne hanno caratterizzato i tanti secoli della sua storia, facendolo divenire proprio per questa incredibile varietà di culture e colori forse il Paese al mondo più realmente multietnico e interrazziale?
Ecco allora la universale magia dell’emigrato, dell’oriundo, del pendolare: portare dentro di sé e offrire al mondo che ci circonda un universo di valori ed un contesto di riferimento singolare e sfaccettato, una mentalità aperta e flessibile in grado di superare anacronistici steccati e insuperabili divisioni.
La morale di tutto ciò è che il mondo è “complementare” e non autosufficiente.
Immaginate che monotonia un mondo tutto uguale all’Italia o al Brasile, alla Svizzera o all’Argentina. Nessuno però saprebbe immaginare un mondo senza le singole specificità culturali che questi Paesi hanno apportato; non solo, la storia ci ha insegnato che quando queste culture si incontrano i frutti che ne derivano sono dei veri e propri miracoli dello sviluppo e del cambiamento. E’ il miracolo della vita, che chi ha avuto la fortuna di conoscere e a volte di vivere sulla propria pelle o in famiglia può tranquillamente testimoniare ogni giorno.
Sbaglierebbe sonoramente chi a questo punto dovesse affermare che la tesi appena sostenuta sia ovvia e scontata. Sono stato recentemente in Argentina dove ho sentitto un candidato alla Presidenza della Repubblica inneggiare alla ‘purezza della razza’ e alla difesa della nazione da etnie straniere; e in Italia non è purtroppo inconsueto ascoltare – anche in Parlamento – discorsi sui pericoli provenienti dall’apertura del Paese agli stranieri e sulla inutilità del rapporto con le nostre comunità residenti all’estero.
E’ per questo che a volte è necessario ribadire a gran voce (in questo caso scrivere) princìpi e concetti che apparentemente farebbero parte dei valori consolidati in tutto il mondo; fare ciò equivale a volte ad aprire dei pericolosi varchi al seme del razzismo e dell’intolleranza.
Italiani e brasiliani abbiamo avuto la fortuna di nascere e crescere in due Paesi storicamente caratterizzati dalla loro apertura al mondo e dai grandi livelli di integrazione e solidarietà.
Dovremmo esserne orgogliosi e non dimenticarcene mai !

segunda-feira, 12 de janeiro de 2009

"EL SENADOR" CASELLI, VERGOGNA DEGLI ITALIANI IN SUDAMERICA

“È di una gravità assoluta l’affermazione del Senatore Esteban Caselli relativa alla sua intenzione di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali argentine”.
È quanto sostiene Fabio Porta, parlamentare del PD eletto in America Latina e in questi giorni in missione proprio a Buenos Aires, in merito alle affermazioni del Senatore del PDL Esteban Caselli (eletto nella stessa Ripartizione), circa la volontà di candidarsi a Presidente dell’Argentina.
“Tale intenzione – continua il deputato del PD – non è accompagnata da una contestuale dichiarazione con la quale il Senatore preannuncia le sue dimissioni dal Senato delle Repubblica italiana; anzi, sollecitato il tal senso, il Senatore ha escluso categoricamente tale eventualità”.
“Siamo dunque di fronte – prosegue l’on. Porta – ad un uso palesemente strumentale degli italiani all’estero (in questo caso la grande collettività argentina) per manovre politiche personali che nulla hanno a che vedere con i problemi dei nostri connazionali; al contrario, un tale atto getta una grave ombra di discredito sull’importante strumento del diritto di voto attivo e passivo conquistato dopo anni di giuste rivendicazioni dai milioni di italiani nel mondo”.
“Per questi motivi – aggiunge l’esponente del PD – mi rivolgerò al Presidente della Repubblica, supremo garante di quella Costituzione che fu modificata proprio per consentire la piena attuazione di questo diritto, affinché sia fatta chiarezza su questo caso al fine di evitare che un parlamentare italiano eletto all’estero possa calpestare, nella sostanza, una conquista tanto importante; scriverò anche ai Presidenti della Camera Fini e del Senato Schifani, chiedendo anche a loro di intervenire a difesa della piena autonomia delle nostre istituzioni e contro ogni tentativo di strumentalizzazioni a fini personali del Parlamento”.
“Infine mi appellerò anche al Ministro degli Esteri Frattini – è spiegato ancora nella nota di Porta – perché considero grave anche nei rapporti diplomatici tra Italia e Argentina una tale evenienza, che potrebbe alterare, in maniera negativa e con evidenti conseguenze sui rapporti tra i due Paesi, gli storici vincoli di amicizia e le stesse relazioni bilaterali”.
“Il Senatore Caselli – insiste l’on. Porta – è liberissimo, nella sua qualità di cittadino argentino, di candidarsi a qualsiasi carica politico-istituzionale; lo faccia però nel rispetto del suo mandato di parlamentare italiano e degli elettori che glielo hanno affidato, dimettendosi immediatamente dal Senato se confermerà la volontà di partecipare direttamente alla vita politica argentina”.
“Come italiano e come parlamentare eletto in Sudamerica – conclude il parlamentare del PD – provo una profonda vergogna per un simile comportamento; ancor più perché proviene da un personaggio inquietante come Esteban Caselli, al quale prima e dopo le ultime elezioni la stampa italiana e argentina ha dedicato centinaia di articoli ricordando il suo contraddittorio passato, dai periodi bui della dittatura all’alleanza con Menem, come i suoi legami con il cattolicesimo oltranzista e reazionario, le amicizie con personaggi collusi con la mafia e il narcotraffico o le sue recenti affermazioni di stampo razzista e xenofobo”.
“Senza dimenticare – ricorda Porta a fine nota – l’inchiesta aperta presso la Procura della Repubblica relativa ai presunti brogli elettorali avvenuti in Sudamerica, con al centro migliaia di schede elettorali di dubbia provenienza, attribuite tutte dalla stessa mano che le ha compilate al Senatore Esteban Caselli e annullate dalla Corte d’Appello di Roma”.

segunda-feira, 22 de dezembro de 2008

IMPORTIAMO PAPPONI ?

“Importiamo Papponi”: con questo titolo il giornale italiano “Libero” ha salutato l’apertura della Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, svoltasi a Roma lo scorso mese di dicembre.
Ho pensato (senza incontrare una risposta) a come si potrebbe tradurre in portoghese la parola “pappone”, che in realta’ non e’ nemmeno un termine solitamente usato in Italia, facendo parte piu’ di un lessico volgare e offensivo che di un normale vocabolario.
“Pappone” e’ colui che vive sulle spalle degli altri, qualcuno che vuole approfittare di una situazione, un invitato maleducato – insomma - che magari approfitta di un evento o iniziativa per trarne un beneficio personale, forse soltanto per ‘mangiare a sbafo’, cioe’ gratis…
Si’, avete letto e capito benissimo: un importante quotidiano italiano, diretto da Vittorio Feltri, famoso giornalista milanese, definiva in questa maniera gli oltre quattrocento delegati giunti a Roma da tutto il mondo (40 dal Brasile) in rappresentanza di alcuni milioni di italiani e italo-discendenti oggi residenti all’estero.
Questo titolo la dice lunga su come parte dell’opinione pubblica italiana vede gli italiani nel mondo, quelli che una volta chiamavamo “oriundi”: i figli e i nipoti di quell’esercito di emigrati che oltre ad avere salvato l’Italia di oltre un secolo fa da un collasso certo hanno poi contribuito a renderla ricca con le loro “rimesse”. Gente della quale qualsiasi Paese serio al mondo sarebbe fiero e orgoglioso, veri e propri “ambasciatori” dell’Italia nel mondo, legame permanente e unico tra il nostro Paese e i quattro continenti.
Eppure non tutti la pensano cosi’; eppure qualcuno ancora si vergogna di quel passato; eppure qualcuno non vuole accettare il fatto che grazie all’unica modifica fatta in sessanta anni alla nostra carta costituzionale gli italiani residenti all’estero sono oggi, grazie al voto e all’elezione di loro rappresentanti in Parlamento, cittadini con pari diritti e doveri rispetto ai connazionali che vivono dentro ai confini nazionali.
Tutti in Italia sanno che “Libero” e’ un giornale vicino politicamente al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; ed e’ per questo che quel titolo di giornale mi ha destato qualche preoccupazione.
Non sono infatti le poche migliaia di copie vendute da un quotidiano a preoccuparmi, ma la cultura politica di riferimento al quale tale foglio informativo fa riferimento.
Una cultura, fortunatamente, che non pervade tutta la maggioranza di governo.
Ero a Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, quando il Presidente Gianfranco Fini ha pronunciato un memorabile discorso rivolto ai delegati della Conferenza ad apertura dei lavori; parole, quelle di Fini, in esatta controtendenza rispetto a quanto sostenuto da “Libero” e da certi ambienti del centro-destra italiano; parole in sintonia con l’appello rivolto ai giovani nella stessa occasione dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Perche’ allora tanta cattiveria quando si parla di investimenti relativi agli italiani nel mondo?
Perche’, credo, in Italia qualcuno vuole chiudere le porte al mondo, chiuderle al passato (l’emigrazione) ma anche al futuro (l’immigrazione), nella pia illusione che mettendo la testa sotto la sabbia come uno struzzo sia possibile affrontare e risolvere i problemi posti dall’acuirsi della crisi finanziaria, dalla recessione incipiente e da una globalizzazione che non fa sconti a nessuno.
Visione miope oltre che ingiusta e sbagliata. Non si riconosce infatti all’emigrazione ed all’immigrazione quel valore storicamente innovatore e rivoluzionario; la storia della nostra emigrazione e’ si’ una storia di sacrifici e di sofferenze, ma si e’ trasformata poi anche in storia di successo e di eccellenza italiana nel mondo. Una storia che oggi, proprio grazie a quei giovani “papponi” puo’ divenire per l’Italia nuova fonte di ricchezza, di crescita e di sviluppo.
Solo la cecita’ o l’ignoranza arrogante di qualcuno puo’ permettersi il lusso di non capirlo.
E’ per questo che ho subito condiviso l’immediata e indignata protesta dei giovani italo-discendenti riuniti a Roma. Mi ha fatto piacere ascoltare e leggere le parole del Ministro della gioventu’ italiano, Giorgia Meloni, arrabbiata e scandalizzata come me per quel titolo ma anche fieramente sostenitrice della validita’ di quell’iniziativa.
Ho avuto modo di condividere quasi una settimana di lavori, dibattiti, riunioni e discussioni con questi ragazzi: ho apprezzato la qualita’ e la profondita’ dei loro ragionamenti e dei lavori conclusivi delle loro commissioni tematiche. Sono anche arrivato a lamentare l’assenza tra i giovani italiani che vivono “in Italia” dello stesso spirito di riflessione critica e di proposizioni operative in direzione del futuro.
A questo tipo di esperienze, semmai, andrebbe garantito un seguito ed una adeguata continuita’. Purtroppo le scelte dell’attuale governo vanno di fatto piu’ nella direzione del titolo di “Libero” che nella linea di quanto affermato dal Presidente della Camera o dal Ministro della Gioventu’.
E’ l’Italia ad avere bisogno - in questo momento come mai nel proprio passato - dell’energia e dell’entusiasmo dei suoi figli e pronipoti che vivono all’estero, molto meno il contrario !
Voglio ancora sperare che la saggezza e la lungimiranza della maggioranza dei parlamentari e dei rappresentanti delle nostre istituzioni sara’ in grado di capirlo, prima (lo ripeto stancamente) che sia troppo tardi…

sábado, 6 de dezembro de 2008

PER RIPARTIRE

Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.

Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.

Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.

Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.

Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?

Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.

Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.

Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.

2 dicembre 2008

quarta-feira, 12 de novembro de 2008

LULA E OBAMA: UN NUOVO MONDO E' POSSIBILE !

Mentre stringevo la mano al Presidente Lula, qui a Roma a pochi giorni dall’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America, pensavo tra me e me: “Questo secolo e’ iniziato con l’elezione di un metalmeccanico nordestino a Presidente della Repubblica del Brasile e adesso prosegue con un afro-americano per la prima volta Presidente della piu’ grande potenza mondiale: forse non e’ soltanto uno slogan continuare a dire che ‘un nuovo mondo e’ possibile’ !”
La vittoria di Obama e’ sicuramente un evento di portata storica straordinaria, e per capirlo basta osservare l’effetto, non soltanto mediatico, della sua elezione in tutto il mondo. Il mondo africano, l’Asia ed il medio-oriente, l’Europa e il Sudamerica hanno seguito come non accadeva da anni l’andamento e l’esito della campagna elettorale americana.
Gli otto penosi anni del Presidente George Bush, segnati dalla disastrosa guerra in Irak e terminati con una delle piu’ gravi crisi finanziarie mondiali dopo il crollo delle borse del 1929, sembravano diventati un macigno capace di chiudere e mortificare definitivamente le speranze di un mondo nuovo, all’insegna di un multilateralismo in grado di superare l’unilateralismo americano rafforzatosi dopo il crollo del sistema sovietico che aveva caratterizzato la fine del secolo scorso.
La voglia di cambiamento, divenuta in questi ultimi mesi quasi un imperativo categorico, ha cosi’ accompagnato e portato al trionfo elettorale Barack Obama, sospinto dalla forza delle nuove generazioni bianche, dagli ispanici e dagli afro-americani, come anche da milioni di “tifosi” che a qualsiasi latitudine della terra hanno sperato e creduto fortemente in un cambiamento capace di incidere anche su uno scenario internazionale cosi’ trasformatosi in questi ultimi anni.
Torniamo a Lula. Nel corso del G20 dei Presidenti delle Banche Centrali e dei Ministri dell’Economia, il Presidente brasiliano ha chiesto a gran voce “nuove regole per governare la crisi” e soprattutto “una nuova architettura finanziaria” in grado di dare peso e voce ai Paesi emergenti come anche a quelli in via di sviluppo. Anche questa e’ una richiesta di cambiamento ormai non piu’ eludibile e prorogabile. Il prossimo anno saranno le economie del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a sospingere l’economia mondiale; tutti gli altri Stati avanzati affronteranno la recessione mondiale. Un dato come questo e’ sufficiente per spiegare l’entita’ di una vera e propria ‘rivoluzione’ che in pochi anni ha sconvolto il sistema internazionale e per motivare la necessita’ di un nuovo ordine mondiale in grado di regolare i processi economico-finanziari, a partire dal commercio internazionale, ancora eccessivamente e ingiustamente ingessato da blocchi e protezioni volute da quelli che una volta consideravamo i paesi ricchi (e che adesso non lo sono piu’ tanto, mentre altri attori economici si sono affacciati sulla scena mondiale).
E’ per queste ragioni che l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti e’ un avvenimento storico che va al di la’ delle semplici considerazioni di politica interna americana, ma anche al di la’ delle ovvie ricadute internazionali dell’insediamento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca.
Vista dall’Italia l’elezione di Obama ha sicuramente un significato particolare; proprio in questi mesi il nostro Paese e’ alle prese con una crisi economica che non ha precedenti nel dopoguerra; al tempo stesso il grande flusso di immigrati, quasi sempre giunti in Italia per fare lavori che i nostri connazionali non fanno piu’, ha fatto crescere in maniera preoccupante episodi di razzismo e incivilta’. L’attuale governo ha spesso “soffiato sul fuoco”, sfruttando demagogicamente tale xenofobia e alimentando sentimenti di odio razziale attraverso precise misure legislative (le impronte digitali per schedare i bambini rom, le classi separate per immigrati…); le infelici “battute” del Presidente Berlusconi sul neo-Presidente degli Stati Uniti “bello, giovane e… abbronzato” non migliorano di certo tale situazione e, come ha giustamente detto la figlia di Bob Kennedy, “sono un pessimo esempio per l’Italia che ha problemi di integrazione etnica”.
Sono tante quindi le ragioni che ci spingono a guardare con speranza e fiducia all’America del 21 gennaio 2009, data della celebrazione ufficiale di insediamento del Presidente Barack Obama alla Casa Bianca.
“Il mondo cambia” si leggeva su un manifesto affisso in tutta Italia all’indomani delle storiche elezioni americane. Il nostro augurio e’ che questo cambiamento sia seguito dalla costruzione di un nuovo modello di relazioni internazionali, fondato su un reale multilateralismo e su una corretta ed equa integrazione dei sistemi economici e commerciali; un modello in grado di dare nuovo slancio alle economie in recessione dei Paesi avanzati ma anche di sostenere la crescita dei Paesi emergenti.
Solo da questo positivo “choc” potra’ nascere il ‘mondo nuovo’ che tutti auspichiamo, capace di integrare sempre piu’ i Paesi in via di sviluppo, oggi terribilmente e inevitabilmente ai margini di un sistema finanziario internazionale interessato soltanto a “salvare il salvabile” e non piu’ in grado di dare risposte credibili al futuro del sistema politico-economico mondiale.