“Importiamo Papponi”: con questo titolo il giornale italiano “Libero” ha salutato l’apertura della Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, svoltasi a Roma lo scorso mese di dicembre.
Ho pensato (senza incontrare una risposta) a come si potrebbe tradurre in portoghese la parola “pappone”, che in realta’ non e’ nemmeno un termine solitamente usato in Italia, facendo parte piu’ di un lessico volgare e offensivo che di un normale vocabolario.
“Pappone” e’ colui che vive sulle spalle degli altri, qualcuno che vuole approfittare di una situazione, un invitato maleducato – insomma - che magari approfitta di un evento o iniziativa per trarne un beneficio personale, forse soltanto per ‘mangiare a sbafo’, cioe’ gratis…
Si’, avete letto e capito benissimo: un importante quotidiano italiano, diretto da Vittorio Feltri, famoso giornalista milanese, definiva in questa maniera gli oltre quattrocento delegati giunti a Roma da tutto il mondo (40 dal Brasile) in rappresentanza di alcuni milioni di italiani e italo-discendenti oggi residenti all’estero.
Questo titolo la dice lunga su come parte dell’opinione pubblica italiana vede gli italiani nel mondo, quelli che una volta chiamavamo “oriundi”: i figli e i nipoti di quell’esercito di emigrati che oltre ad avere salvato l’Italia di oltre un secolo fa da un collasso certo hanno poi contribuito a renderla ricca con le loro “rimesse”. Gente della quale qualsiasi Paese serio al mondo sarebbe fiero e orgoglioso, veri e propri “ambasciatori” dell’Italia nel mondo, legame permanente e unico tra il nostro Paese e i quattro continenti.
Eppure non tutti la pensano cosi’; eppure qualcuno ancora si vergogna di quel passato; eppure qualcuno non vuole accettare il fatto che grazie all’unica modifica fatta in sessanta anni alla nostra carta costituzionale gli italiani residenti all’estero sono oggi, grazie al voto e all’elezione di loro rappresentanti in Parlamento, cittadini con pari diritti e doveri rispetto ai connazionali che vivono dentro ai confini nazionali.
Tutti in Italia sanno che “Libero” e’ un giornale vicino politicamente al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; ed e’ per questo che quel titolo di giornale mi ha destato qualche preoccupazione.
Non sono infatti le poche migliaia di copie vendute da un quotidiano a preoccuparmi, ma la cultura politica di riferimento al quale tale foglio informativo fa riferimento.
Una cultura, fortunatamente, che non pervade tutta la maggioranza di governo.
Ero a Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, quando il Presidente Gianfranco Fini ha pronunciato un memorabile discorso rivolto ai delegati della Conferenza ad apertura dei lavori; parole, quelle di Fini, in esatta controtendenza rispetto a quanto sostenuto da “Libero” e da certi ambienti del centro-destra italiano; parole in sintonia con l’appello rivolto ai giovani nella stessa occasione dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Perche’ allora tanta cattiveria quando si parla di investimenti relativi agli italiani nel mondo?
Perche’, credo, in Italia qualcuno vuole chiudere le porte al mondo, chiuderle al passato (l’emigrazione) ma anche al futuro (l’immigrazione), nella pia illusione che mettendo la testa sotto la sabbia come uno struzzo sia possibile affrontare e risolvere i problemi posti dall’acuirsi della crisi finanziaria, dalla recessione incipiente e da una globalizzazione che non fa sconti a nessuno.
Visione miope oltre che ingiusta e sbagliata. Non si riconosce infatti all’emigrazione ed all’immigrazione quel valore storicamente innovatore e rivoluzionario; la storia della nostra emigrazione e’ si’ una storia di sacrifici e di sofferenze, ma si e’ trasformata poi anche in storia di successo e di eccellenza italiana nel mondo. Una storia che oggi, proprio grazie a quei giovani “papponi” puo’ divenire per l’Italia nuova fonte di ricchezza, di crescita e di sviluppo.
Solo la cecita’ o l’ignoranza arrogante di qualcuno puo’ permettersi il lusso di non capirlo.
E’ per questo che ho subito condiviso l’immediata e indignata protesta dei giovani italo-discendenti riuniti a Roma. Mi ha fatto piacere ascoltare e leggere le parole del Ministro della gioventu’ italiano, Giorgia Meloni, arrabbiata e scandalizzata come me per quel titolo ma anche fieramente sostenitrice della validita’ di quell’iniziativa.
Ho avuto modo di condividere quasi una settimana di lavori, dibattiti, riunioni e discussioni con questi ragazzi: ho apprezzato la qualita’ e la profondita’ dei loro ragionamenti e dei lavori conclusivi delle loro commissioni tematiche. Sono anche arrivato a lamentare l’assenza tra i giovani italiani che vivono “in Italia” dello stesso spirito di riflessione critica e di proposizioni operative in direzione del futuro.
A questo tipo di esperienze, semmai, andrebbe garantito un seguito ed una adeguata continuita’. Purtroppo le scelte dell’attuale governo vanno di fatto piu’ nella direzione del titolo di “Libero” che nella linea di quanto affermato dal Presidente della Camera o dal Ministro della Gioventu’.
E’ l’Italia ad avere bisogno - in questo momento come mai nel proprio passato - dell’energia e dell’entusiasmo dei suoi figli e pronipoti che vivono all’estero, molto meno il contrario !
Voglio ancora sperare che la saggezza e la lungimiranza della maggioranza dei parlamentari e dei rappresentanti delle nostre istituzioni sara’ in grado di capirlo, prima (lo ripeto stancamente) che sia troppo tardi…
segunda-feira, 22 de dezembro de 2008
sábado, 6 de dezembro de 2008
PER RIPARTIRE
Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.
Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.
Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.
Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.
Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?
Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.
Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.
Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.
2 dicembre 2008
Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.
Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.
Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.
Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?
Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.
Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.
Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.
2 dicembre 2008
quarta-feira, 12 de novembro de 2008
LULA E OBAMA: UN NUOVO MONDO E' POSSIBILE !
Mentre stringevo la mano al Presidente Lula, qui a Roma a pochi giorni dall’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America, pensavo tra me e me: “Questo secolo e’ iniziato con l’elezione di un metalmeccanico nordestino a Presidente della Repubblica del Brasile e adesso prosegue con un afro-americano per la prima volta Presidente della piu’ grande potenza mondiale: forse non e’ soltanto uno slogan continuare a dire che ‘un nuovo mondo e’ possibile’ !”
La vittoria di Obama e’ sicuramente un evento di portata storica straordinaria, e per capirlo basta osservare l’effetto, non soltanto mediatico, della sua elezione in tutto il mondo. Il mondo africano, l’Asia ed il medio-oriente, l’Europa e il Sudamerica hanno seguito come non accadeva da anni l’andamento e l’esito della campagna elettorale americana.
Gli otto penosi anni del Presidente George Bush, segnati dalla disastrosa guerra in Irak e terminati con una delle piu’ gravi crisi finanziarie mondiali dopo il crollo delle borse del 1929, sembravano diventati un macigno capace di chiudere e mortificare definitivamente le speranze di un mondo nuovo, all’insegna di un multilateralismo in grado di superare l’unilateralismo americano rafforzatosi dopo il crollo del sistema sovietico che aveva caratterizzato la fine del secolo scorso.
La voglia di cambiamento, divenuta in questi ultimi mesi quasi un imperativo categorico, ha cosi’ accompagnato e portato al trionfo elettorale Barack Obama, sospinto dalla forza delle nuove generazioni bianche, dagli ispanici e dagli afro-americani, come anche da milioni di “tifosi” che a qualsiasi latitudine della terra hanno sperato e creduto fortemente in un cambiamento capace di incidere anche su uno scenario internazionale cosi’ trasformatosi in questi ultimi anni.
Torniamo a Lula. Nel corso del G20 dei Presidenti delle Banche Centrali e dei Ministri dell’Economia, il Presidente brasiliano ha chiesto a gran voce “nuove regole per governare la crisi” e soprattutto “una nuova architettura finanziaria” in grado di dare peso e voce ai Paesi emergenti come anche a quelli in via di sviluppo. Anche questa e’ una richiesta di cambiamento ormai non piu’ eludibile e prorogabile. Il prossimo anno saranno le economie del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a sospingere l’economia mondiale; tutti gli altri Stati avanzati affronteranno la recessione mondiale. Un dato come questo e’ sufficiente per spiegare l’entita’ di una vera e propria ‘rivoluzione’ che in pochi anni ha sconvolto il sistema internazionale e per motivare la necessita’ di un nuovo ordine mondiale in grado di regolare i processi economico-finanziari, a partire dal commercio internazionale, ancora eccessivamente e ingiustamente ingessato da blocchi e protezioni volute da quelli che una volta consideravamo i paesi ricchi (e che adesso non lo sono piu’ tanto, mentre altri attori economici si sono affacciati sulla scena mondiale).
E’ per queste ragioni che l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti e’ un avvenimento storico che va al di la’ delle semplici considerazioni di politica interna americana, ma anche al di la’ delle ovvie ricadute internazionali dell’insediamento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca.
Vista dall’Italia l’elezione di Obama ha sicuramente un significato particolare; proprio in questi mesi il nostro Paese e’ alle prese con una crisi economica che non ha precedenti nel dopoguerra; al tempo stesso il grande flusso di immigrati, quasi sempre giunti in Italia per fare lavori che i nostri connazionali non fanno piu’, ha fatto crescere in maniera preoccupante episodi di razzismo e incivilta’. L’attuale governo ha spesso “soffiato sul fuoco”, sfruttando demagogicamente tale xenofobia e alimentando sentimenti di odio razziale attraverso precise misure legislative (le impronte digitali per schedare i bambini rom, le classi separate per immigrati…); le infelici “battute” del Presidente Berlusconi sul neo-Presidente degli Stati Uniti “bello, giovane e… abbronzato” non migliorano di certo tale situazione e, come ha giustamente detto la figlia di Bob Kennedy, “sono un pessimo esempio per l’Italia che ha problemi di integrazione etnica”.
Sono tante quindi le ragioni che ci spingono a guardare con speranza e fiducia all’America del 21 gennaio 2009, data della celebrazione ufficiale di insediamento del Presidente Barack Obama alla Casa Bianca.
“Il mondo cambia” si leggeva su un manifesto affisso in tutta Italia all’indomani delle storiche elezioni americane. Il nostro augurio e’ che questo cambiamento sia seguito dalla costruzione di un nuovo modello di relazioni internazionali, fondato su un reale multilateralismo e su una corretta ed equa integrazione dei sistemi economici e commerciali; un modello in grado di dare nuovo slancio alle economie in recessione dei Paesi avanzati ma anche di sostenere la crescita dei Paesi emergenti.
Solo da questo positivo “choc” potra’ nascere il ‘mondo nuovo’ che tutti auspichiamo, capace di integrare sempre piu’ i Paesi in via di sviluppo, oggi terribilmente e inevitabilmente ai margini di un sistema finanziario internazionale interessato soltanto a “salvare il salvabile” e non piu’ in grado di dare risposte credibili al futuro del sistema politico-economico mondiale.
La vittoria di Obama e’ sicuramente un evento di portata storica straordinaria, e per capirlo basta osservare l’effetto, non soltanto mediatico, della sua elezione in tutto il mondo. Il mondo africano, l’Asia ed il medio-oriente, l’Europa e il Sudamerica hanno seguito come non accadeva da anni l’andamento e l’esito della campagna elettorale americana.
Gli otto penosi anni del Presidente George Bush, segnati dalla disastrosa guerra in Irak e terminati con una delle piu’ gravi crisi finanziarie mondiali dopo il crollo delle borse del 1929, sembravano diventati un macigno capace di chiudere e mortificare definitivamente le speranze di un mondo nuovo, all’insegna di un multilateralismo in grado di superare l’unilateralismo americano rafforzatosi dopo il crollo del sistema sovietico che aveva caratterizzato la fine del secolo scorso.
La voglia di cambiamento, divenuta in questi ultimi mesi quasi un imperativo categorico, ha cosi’ accompagnato e portato al trionfo elettorale Barack Obama, sospinto dalla forza delle nuove generazioni bianche, dagli ispanici e dagli afro-americani, come anche da milioni di “tifosi” che a qualsiasi latitudine della terra hanno sperato e creduto fortemente in un cambiamento capace di incidere anche su uno scenario internazionale cosi’ trasformatosi in questi ultimi anni.
Torniamo a Lula. Nel corso del G20 dei Presidenti delle Banche Centrali e dei Ministri dell’Economia, il Presidente brasiliano ha chiesto a gran voce “nuove regole per governare la crisi” e soprattutto “una nuova architettura finanziaria” in grado di dare peso e voce ai Paesi emergenti come anche a quelli in via di sviluppo. Anche questa e’ una richiesta di cambiamento ormai non piu’ eludibile e prorogabile. Il prossimo anno saranno le economie del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a sospingere l’economia mondiale; tutti gli altri Stati avanzati affronteranno la recessione mondiale. Un dato come questo e’ sufficiente per spiegare l’entita’ di una vera e propria ‘rivoluzione’ che in pochi anni ha sconvolto il sistema internazionale e per motivare la necessita’ di un nuovo ordine mondiale in grado di regolare i processi economico-finanziari, a partire dal commercio internazionale, ancora eccessivamente e ingiustamente ingessato da blocchi e protezioni volute da quelli che una volta consideravamo i paesi ricchi (e che adesso non lo sono piu’ tanto, mentre altri attori economici si sono affacciati sulla scena mondiale).
E’ per queste ragioni che l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti e’ un avvenimento storico che va al di la’ delle semplici considerazioni di politica interna americana, ma anche al di la’ delle ovvie ricadute internazionali dell’insediamento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca.
Vista dall’Italia l’elezione di Obama ha sicuramente un significato particolare; proprio in questi mesi il nostro Paese e’ alle prese con una crisi economica che non ha precedenti nel dopoguerra; al tempo stesso il grande flusso di immigrati, quasi sempre giunti in Italia per fare lavori che i nostri connazionali non fanno piu’, ha fatto crescere in maniera preoccupante episodi di razzismo e incivilta’. L’attuale governo ha spesso “soffiato sul fuoco”, sfruttando demagogicamente tale xenofobia e alimentando sentimenti di odio razziale attraverso precise misure legislative (le impronte digitali per schedare i bambini rom, le classi separate per immigrati…); le infelici “battute” del Presidente Berlusconi sul neo-Presidente degli Stati Uniti “bello, giovane e… abbronzato” non migliorano di certo tale situazione e, come ha giustamente detto la figlia di Bob Kennedy, “sono un pessimo esempio per l’Italia che ha problemi di integrazione etnica”.
Sono tante quindi le ragioni che ci spingono a guardare con speranza e fiducia all’America del 21 gennaio 2009, data della celebrazione ufficiale di insediamento del Presidente Barack Obama alla Casa Bianca.
“Il mondo cambia” si leggeva su un manifesto affisso in tutta Italia all’indomani delle storiche elezioni americane. Il nostro augurio e’ che questo cambiamento sia seguito dalla costruzione di un nuovo modello di relazioni internazionali, fondato su un reale multilateralismo e su una corretta ed equa integrazione dei sistemi economici e commerciali; un modello in grado di dare nuovo slancio alle economie in recessione dei Paesi avanzati ma anche di sostenere la crescita dei Paesi emergenti.
Solo da questo positivo “choc” potra’ nascere il ‘mondo nuovo’ che tutti auspichiamo, capace di integrare sempre piu’ i Paesi in via di sviluppo, oggi terribilmente e inevitabilmente ai margini di un sistema finanziario internazionale interessato soltanto a “salvare il salvabile” e non piu’ in grado di dare risposte credibili al futuro del sistema politico-economico mondiale.
sábado, 1 de novembro de 2008
sábado, 4 de outubro de 2008
E LULA VA...ANCHE IN ITALIA !
La prossima visita del Presidente Lula in Italia cade in un momento particolarmente difficile per l’economia italiana ed estremamente positivo per quella brasiliana.
E’ molto grande l’aspettativa per la prossima visita del Presidente Lula in Italia.
Una visita “di Stato” come si definiscono in gergo diplomatico le visite ufficiali di un Capo di Stato in un paese straniero.
Il viaggio di Lula a Roma, in effetti, cade in un momento molto particolare e potrebbe rappresentare un’occasione unica per rilanciare i rapporti tra i due Paesi, soprattutto sul piano economico e commerciale.
Un anno e mezzo fa era stato il Capo del Governo italiano, Romano Prodi, a venire in Brasile; in alcuni di noi e’ ancora vivo l’incontro con la comunita’ italiana a San Paolo e la successiva firma, a Brasilia, di un dettagliato protocollo di intesa composto da ventisei articoli; il documento poneva l’accento, nella sua premessa, sulla grande e storica presenza della collettivita’ italiana in Brasile e si articolava intorno ai principali settori di sviluppo delle relazioni bilaterali, con una particolare enfasi su quello energetico e delle infrastrutture.
La visita di Prodi non era un fatto isolato, inserendosi nel quadro del grande impulso che il Governo italiano stava dando alle relazioni con il Sudamerica, dopo il precedente quinquennio guidato dal centro-destra di Berlusconi (2001-2006) segnato da una scarsissima attenzione proprio ai rapporti con questo continente.
Oggi Berlusconi e’ nuovamente a Capo del Governo italiano e ci si aspetterebbe, anche alla luce della crisi italiana e della forte crescita del Brasile, un cambio di registro.
La speranza, cioe’, e’ che anche se la visita del Presidente brasiliano in Italia e’ in qualche modo il risultato del grande lavoro diplomatico portato avanti dall’allora Ministro degli Esteri D’Alema, l’Italia del 2008 sappia cogliere appieno la grande opportunita’ costituita dalle prossime giornate italiane di Lula.
La scelta di visitare - oltre naturalmente a Roma - le citta’ di Torino e Milano e’ indicativa del “taglio” che il Governo brasiliano vuole dare a questo viaggio: un forte impulso all’interscambio commerciale ed alle relazioni economiche tra i due Paesi, che - a detta di tutti gli osservatori - possono andare molto al di la’ dell’attuale livello (significativo ma non straordinario).
E’ chiaro che ci si aspetta anche un nuovo impulso ai rapporti istituzionali tra i due Paesi; e qui vogliamo sperare che l’Italia, contrariamente a quanto fatto in questi ultimi mesi, voglia sostenere con forza l’ingresso delle nuove potenze emergenti – Brasile in testa – all’interno dell’ormai vecchio gruppo dei “G8”, non piu’ rappresentativo del nuovo scenario geopolitico e geoeconomico mondiale.
La recente drammatica esperienza dell’Alitalia dovrebbe poi avere insegnato al nostro Paese, una volta per tutte, che nessuno – e in primo luogo l’Italia, che non dispone di grandi risorse naturali ed energetiche – puo’ vivere piu’ di rendita; soprattutto nessuno puo’ basare la propria crescita ed il proprio sviluppo sulle proprie forze e la propria storia, anche se si tratta di una nazione importante come l’Italia.
Per troppi anni l’Italia ha goduto, in un certo qual modo, di tale posizione di rendita; la posizione geografica, la storia millenaria, il possesso di gran parte del patrimonio storico e culturale dell’umanita’ sembravano di per se’ garantire allo “stivale” una fortuna perenne ed un ruolo sempre centrale nel novero delle potenze mondiali.
Oggi tutto questo non basta piu’, e non e’ nemmeno piu’ sufficiente da sola la grande forza trascinante del sistema italiano delle piccole e medie imprese, vere protagoniste del “miracolo economico” che nei decenni trascorsi aveva sospinto in alto il nostro PIL.
Oggi, lo ripeto, sappiamo che questo non basta piu’.
La vicenda Alitalia ha confermato alcuni vizi antichi del “Sistema Italia” e una certa fatalista e narcisistica tendenza al “fare da se’”, quando non la napoletana filosofia del “tirammo innanze”…
L’Italia non ci sarebbe piu’, economicamente parlando, fuori dall’Euro e dall’Europa; e questo nonostante sia diffusissima tra gli italiani l’opinione contraria, ossia che la moneta unica europea ha fatto male e non bene al Paese.
L’Italia non ci sara’ piu’, economicamente e demograficamente parlando, se non sapra’ aprirsi con saggezza e intelligenza al Mondo.
E in questo sforzo, ci sia permesso di dirlo come italiani all’estero, sono proprio gli italiani che sono nel Mondo a poter dare un contributo decisivo.
Tanto alle politiche di integrazione a favore dei tanti stranieri che entrano tutti gli anni all’interno dei nostri confini, quanto alle potenzialita’ di sviluppo e di crescita, che potrebbero essere accentuate da una positiva valorizzazione delle nostre grandi comunita’ di italiani e italo-discendenti.
Purtroppo non sembra essere questa la strada imboccata dall’attuale governo italiano: la chiusura e a volte la repressione nei confronti dell’immigrazione straniera e la scarsissima attenzione data alle politiche per gli italiani nel mondo hanno caratterizzato negativamente proprio i primi mesi del nuovo mandato di Berlusconi.
Noi che crediamo in questi valori non ci arrendiamo; e dico questo perche’ sono convinto che e’ in primo luogo l’Italia ad avere bisogno dei tanti milioni di italiani all’estero, piu’ che il contrario.
Passare, lo abbiamo detto piu’ volte, dalla voce “spese” a quella “investimenti”: solo cosi’ sara’ possibile invertire una tendenza culturale, prima che di politica economica, che in questi mesi e’ apparsa quasi irreversibile.
La visita del Presidente Lula potrebbe essere un tassello importante e forse decisivo per chi crede e porta avanti queste convinzioni: si tratta, in fin dei conti, del Presidente del Paese dove vive la piu’ grande comunita’ di italo-discendenti al mondo e di una delle potenze economiche che piu’ cresce e si sviluppa, in settori strategicamente interessanti se non addirittura complementari per l’economia italiana.
Buon viaggio, Presidente, e in bocca al lupo…!
E’ molto grande l’aspettativa per la prossima visita del Presidente Lula in Italia.
Una visita “di Stato” come si definiscono in gergo diplomatico le visite ufficiali di un Capo di Stato in un paese straniero.
Il viaggio di Lula a Roma, in effetti, cade in un momento molto particolare e potrebbe rappresentare un’occasione unica per rilanciare i rapporti tra i due Paesi, soprattutto sul piano economico e commerciale.
Un anno e mezzo fa era stato il Capo del Governo italiano, Romano Prodi, a venire in Brasile; in alcuni di noi e’ ancora vivo l’incontro con la comunita’ italiana a San Paolo e la successiva firma, a Brasilia, di un dettagliato protocollo di intesa composto da ventisei articoli; il documento poneva l’accento, nella sua premessa, sulla grande e storica presenza della collettivita’ italiana in Brasile e si articolava intorno ai principali settori di sviluppo delle relazioni bilaterali, con una particolare enfasi su quello energetico e delle infrastrutture.
La visita di Prodi non era un fatto isolato, inserendosi nel quadro del grande impulso che il Governo italiano stava dando alle relazioni con il Sudamerica, dopo il precedente quinquennio guidato dal centro-destra di Berlusconi (2001-2006) segnato da una scarsissima attenzione proprio ai rapporti con questo continente.
Oggi Berlusconi e’ nuovamente a Capo del Governo italiano e ci si aspetterebbe, anche alla luce della crisi italiana e della forte crescita del Brasile, un cambio di registro.
La speranza, cioe’, e’ che anche se la visita del Presidente brasiliano in Italia e’ in qualche modo il risultato del grande lavoro diplomatico portato avanti dall’allora Ministro degli Esteri D’Alema, l’Italia del 2008 sappia cogliere appieno la grande opportunita’ costituita dalle prossime giornate italiane di Lula.
La scelta di visitare - oltre naturalmente a Roma - le citta’ di Torino e Milano e’ indicativa del “taglio” che il Governo brasiliano vuole dare a questo viaggio: un forte impulso all’interscambio commerciale ed alle relazioni economiche tra i due Paesi, che - a detta di tutti gli osservatori - possono andare molto al di la’ dell’attuale livello (significativo ma non straordinario).
E’ chiaro che ci si aspetta anche un nuovo impulso ai rapporti istituzionali tra i due Paesi; e qui vogliamo sperare che l’Italia, contrariamente a quanto fatto in questi ultimi mesi, voglia sostenere con forza l’ingresso delle nuove potenze emergenti – Brasile in testa – all’interno dell’ormai vecchio gruppo dei “G8”, non piu’ rappresentativo del nuovo scenario geopolitico e geoeconomico mondiale.
La recente drammatica esperienza dell’Alitalia dovrebbe poi avere insegnato al nostro Paese, una volta per tutte, che nessuno – e in primo luogo l’Italia, che non dispone di grandi risorse naturali ed energetiche – puo’ vivere piu’ di rendita; soprattutto nessuno puo’ basare la propria crescita ed il proprio sviluppo sulle proprie forze e la propria storia, anche se si tratta di una nazione importante come l’Italia.
Per troppi anni l’Italia ha goduto, in un certo qual modo, di tale posizione di rendita; la posizione geografica, la storia millenaria, il possesso di gran parte del patrimonio storico e culturale dell’umanita’ sembravano di per se’ garantire allo “stivale” una fortuna perenne ed un ruolo sempre centrale nel novero delle potenze mondiali.
Oggi tutto questo non basta piu’, e non e’ nemmeno piu’ sufficiente da sola la grande forza trascinante del sistema italiano delle piccole e medie imprese, vere protagoniste del “miracolo economico” che nei decenni trascorsi aveva sospinto in alto il nostro PIL.
Oggi, lo ripeto, sappiamo che questo non basta piu’.
La vicenda Alitalia ha confermato alcuni vizi antichi del “Sistema Italia” e una certa fatalista e narcisistica tendenza al “fare da se’”, quando non la napoletana filosofia del “tirammo innanze”…
L’Italia non ci sarebbe piu’, economicamente parlando, fuori dall’Euro e dall’Europa; e questo nonostante sia diffusissima tra gli italiani l’opinione contraria, ossia che la moneta unica europea ha fatto male e non bene al Paese.
L’Italia non ci sara’ piu’, economicamente e demograficamente parlando, se non sapra’ aprirsi con saggezza e intelligenza al Mondo.
E in questo sforzo, ci sia permesso di dirlo come italiani all’estero, sono proprio gli italiani che sono nel Mondo a poter dare un contributo decisivo.
Tanto alle politiche di integrazione a favore dei tanti stranieri che entrano tutti gli anni all’interno dei nostri confini, quanto alle potenzialita’ di sviluppo e di crescita, che potrebbero essere accentuate da una positiva valorizzazione delle nostre grandi comunita’ di italiani e italo-discendenti.
Purtroppo non sembra essere questa la strada imboccata dall’attuale governo italiano: la chiusura e a volte la repressione nei confronti dell’immigrazione straniera e la scarsissima attenzione data alle politiche per gli italiani nel mondo hanno caratterizzato negativamente proprio i primi mesi del nuovo mandato di Berlusconi.
Noi che crediamo in questi valori non ci arrendiamo; e dico questo perche’ sono convinto che e’ in primo luogo l’Italia ad avere bisogno dei tanti milioni di italiani all’estero, piu’ che il contrario.
Passare, lo abbiamo detto piu’ volte, dalla voce “spese” a quella “investimenti”: solo cosi’ sara’ possibile invertire una tendenza culturale, prima che di politica economica, che in questi mesi e’ apparsa quasi irreversibile.
La visita del Presidente Lula potrebbe essere un tassello importante e forse decisivo per chi crede e porta avanti queste convinzioni: si tratta, in fin dei conti, del Presidente del Paese dove vive la piu’ grande comunita’ di italo-discendenti al mondo e di una delle potenze economiche che piu’ cresce e si sviluppa, in settori strategicamente interessanti se non addirittura complementari per l’economia italiana.
Buon viaggio, Presidente, e in bocca al lupo…!
terça-feira, 30 de setembro de 2008
LA CROCE ROSSA AVRA' UN NUOVO SIMBOLO
L’On. Fabio Porta e’ intervenuto alla Camera nel dibattito sulla ratifica, da parte del Parlamento Italiano, del Protocollo di Ginevra che introduce un nuovo simbolo accanto a quelli gia’ esistenti.
“Il Protocollo – ha detto nel suo intervento l’On. Porta - riconosce un emblema aggiuntivo che rappresentera’, al pari della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa, il relativo Movimento Internazionale; l’adozione di questo nuovo “simbolo” (un riquadro rosso poggiato su una punta, denominato “cristallo rosso”) e’ il frutto di una lunga discussione nata dall’esigenza di creare un simbolo universalmente accettato e riconosciuto ma al tempo stesso non riconducibile a nessun altro simbolo religioso o politico, differentemente da quanto accade o e’ accaduto per i due simboli piu’ noti”
“Il “cristallo rosso” – ha chiarito il deputato del PD - non sostituira’ comunque la Croce Rossa o la Mezza Luna Rossa; rappresentera’ semplicemente una ulteriore opzione, da utilizzare soprattutto nelle situazioni di conflitto armato, ossia in funzione prevalentemente “protettiva”; funzione distinta da quella “indicativa”, ossia dall’uso in iniziative ed eventi pubblici e in tempo di pace, nel corso delle quali ciascuna organizzazione continuera’ ad usare i simboli tradizionalmente conosciuti”.
“Nella storia dell’umanita’, ed in particolare in quella delle organizzazioni politiche nazionali e internazionali, i simboli hanno sempre rappresentato qualcosa di piu’ di semplici contrassegni identificativi; non occorre andare lontano e basti pensare, per noi italiani, alla forza evocativa e rappresentativa della bandiera europea, oggi simbolo di pace e di unita’ di azione – anche se tra nazioni diverse – in tutto il mondo”
“Il simbolo della Croce Rossa Internazionale, che tutti abbiamo imparato a conoscere e a rispettare, e’ senza dubbio uno dei simboli piu’ noti a livello mondiale; un emblema universalmente rispettato che incarna uno dei sentimenti piu’ alti dell’umanita’: il mutuo soccorso e la tutela della dignita’ della persona, anche se ferita e indebolita. Questo simbolo e’ uno dei pochi a godere di una specifica tutela da parte del diritto internazionale ed e’ per questo motivo che il nostro Parlamento e’ chiamato oggi ad occuparsene formalmente”.
“Purtroppo – ha aggiunto l’On. Porta - questo voto, che sicuramente confermera’ la sensibilita’ internazionale e la storica vocazione del nostro Paese in materia di cooperazione e solidarietà internazionale, cade in un momento storico nel quale proprio l’Italia non si sta contraddistinguendo per l’attenzione alla dimensione multilaterale del sostegno alla pace ed allo sviluppo tra i popoli. Mi riferisco alla grave caduta dei fondi destinati agli organismi internazionali di cooperazione ed alle stesse agenzie delle Nazioni Unite; e’ di questi giorni il grido di allarme delle Ong , raccolto peraltro – perlomeno a parole – anche da alcuni esponenti della maggioranza e del Governo, contro i “tagli” alla cooperazione allo sviluppo, che allontanano sempre piu’ il nostro Paese dal rispetto degli “Obiettivi del Millennio”.
“Il Protocollo – ha detto nel suo intervento l’On. Porta - riconosce un emblema aggiuntivo che rappresentera’, al pari della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa, il relativo Movimento Internazionale; l’adozione di questo nuovo “simbolo” (un riquadro rosso poggiato su una punta, denominato “cristallo rosso”) e’ il frutto di una lunga discussione nata dall’esigenza di creare un simbolo universalmente accettato e riconosciuto ma al tempo stesso non riconducibile a nessun altro simbolo religioso o politico, differentemente da quanto accade o e’ accaduto per i due simboli piu’ noti”
“Il “cristallo rosso” – ha chiarito il deputato del PD - non sostituira’ comunque la Croce Rossa o la Mezza Luna Rossa; rappresentera’ semplicemente una ulteriore opzione, da utilizzare soprattutto nelle situazioni di conflitto armato, ossia in funzione prevalentemente “protettiva”; funzione distinta da quella “indicativa”, ossia dall’uso in iniziative ed eventi pubblici e in tempo di pace, nel corso delle quali ciascuna organizzazione continuera’ ad usare i simboli tradizionalmente conosciuti”.
“Nella storia dell’umanita’, ed in particolare in quella delle organizzazioni politiche nazionali e internazionali, i simboli hanno sempre rappresentato qualcosa di piu’ di semplici contrassegni identificativi; non occorre andare lontano e basti pensare, per noi italiani, alla forza evocativa e rappresentativa della bandiera europea, oggi simbolo di pace e di unita’ di azione – anche se tra nazioni diverse – in tutto il mondo”
“Il simbolo della Croce Rossa Internazionale, che tutti abbiamo imparato a conoscere e a rispettare, e’ senza dubbio uno dei simboli piu’ noti a livello mondiale; un emblema universalmente rispettato che incarna uno dei sentimenti piu’ alti dell’umanita’: il mutuo soccorso e la tutela della dignita’ della persona, anche se ferita e indebolita. Questo simbolo e’ uno dei pochi a godere di una specifica tutela da parte del diritto internazionale ed e’ per questo motivo che il nostro Parlamento e’ chiamato oggi ad occuparsene formalmente”.
“Purtroppo – ha aggiunto l’On. Porta - questo voto, che sicuramente confermera’ la sensibilita’ internazionale e la storica vocazione del nostro Paese in materia di cooperazione e solidarietà internazionale, cade in un momento storico nel quale proprio l’Italia non si sta contraddistinguendo per l’attenzione alla dimensione multilaterale del sostegno alla pace ed allo sviluppo tra i popoli. Mi riferisco alla grave caduta dei fondi destinati agli organismi internazionali di cooperazione ed alle stesse agenzie delle Nazioni Unite; e’ di questi giorni il grido di allarme delle Ong , raccolto peraltro – perlomeno a parole – anche da alcuni esponenti della maggioranza e del Governo, contro i “tagli” alla cooperazione allo sviluppo, che allontanano sempre piu’ il nostro Paese dal rispetto degli “Obiettivi del Millennio”.
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