I giornali italiani non ne hanno dato notizia, ma nelle scorse settimane in tutto il mondo è successo qualcosa di davvero straordinario (nel senso letterale di evento “fuori dall’ordinario”): i rappresentanti democraticamente eletti da tutti gli italiani che vivono all’estero si sono mobilitati ed hanno protestato in forma unitaria contro la politica dell’attuale governo italiano.
Alla protesta infatti hanno partecipato tutti i membri del Consiglio Generale degli Italiani all’estero e tutti i Presidenti dei Comites; i Comites sono gli organismi rappresentativi di quelle realtà territoriali dove risiede un numero pari o superiore ai tremila abitanti, mentre il CGIE è un organismo di livello intermedio (tra i Comites e i parlamentari eletti all’estero), eletto dai consiglieri dei Comites e dalle associazioni.
Nel corso di tre assemblee congiunte di Comites e Cgie dei Paesi europei, di quelli extraeuropei di lingua anglofona e dell’America Latina, rispettivamente a Francoforte, Vancouver e Buenos Aires, i rappresentanti degli oltre quattro milioni di italiani residenti all’estero hanno voluto all’unisono lanciare un grido di allarme (forse l’ultimo) al governo e a tutte le istituzioni italiane.
Nonostante la conquista dell’esercizio del voto, rafforzata dalla presenza in Parlamento di deputati e senatori residenti all’estero, le comunità italiane nel mondo hanno infatti visto diminuire in questi ultimi anni il livello di piena fruizione dei loro diritti sociali, e oggi vedono messo in discussione anche il loro pieno esercizio del diritto-dovere di partecipare alla vita democratica attraverso il sistema di rappresentanza che avevano costruito dopo anni di lunghe lotte e rivendicazioni.
Facciamo qualche esempio, per uscire dalla retorica della politica ed essere più chiari.
Cosa succederebbe in Italia se, allo scadere del naturale mandato di un Comune o di una Regione, il Parlamento decidesse che – magari in attesa dell’approvazione di una nuova legge che interviene su questi stessi organismi – le elezioni per il rinnovo di tali enti sarebbero rimandate di due o tre anni, mantenendo nel loro posto tutti gli amministratori eletti per un mandato di soli cinque anni?
E’ quello che questo governo sta facendo proprio in questi giorni, con il sostegno decisivo della maggioranza del Parlamento italiano che non ha esitato nell’approvare un decreto che rinvia di ulteriori due anni (dopi il rinvio di un anno dal 2009 al 2010) le elezioni di Comites e Cgie.
E cosa succederebbe in Italia se da un giorno all’altro il governo decidesse che la metà delle persone indigenti che hanno diritto a medicinali gratuiti o all’assistenza sociale perderebbero questo diritto a partire, lo ripeto, dal giorno successivo alla riduzione dei relativi stanziamenti?
Anche in questo caso si tratta di quanto è successo con l’assistenza socio-sanitaria a favore di quegli italiani residenti all’estero (perlopiù nati in Italia) che si trovano per le disgrazie di una vita piena di sacrifici in assenza di un reddito sufficiente a garantire a loro stessi le condizioni minime di sopravvivenza.
E cosa succederebbe in Italia se una persona anziana senza alcun reddito presentasse regolare domanda, ai sensi di quanto previsto dalla nostra carta costituzionale, per ricevere una pensione sociale per vivere degnamente gli ultimi anni della sua vita e il governo si negasse a corrisponderla allegando il fatto che il cittadino in questione non aveva vissuto dieci anni consecutivamente nella stessa città?
E’ quanto succede da un paio di anni ai nostri anziani poveri che, rientrando in Italia da una vita di emigrazione e quindi spesso di sacrifici all’estero, si vedono negato tale diritto perché non hanno vissuto dieci anni consecutivi nel Paese.
E la lista delle palesi ingiustizie potrebbe continuare, anzi continua.
Con un ultimo e purtroppo noto esempio: cosa succederebbe in Italia se alla richiesta di un documento anagrafico presso un ufficio pubblico il funzionario rispondesse che per il suo rilascio dovranno passare sei o otto anni?
E’, lo sanno in tanti, quanto continua a succedere presso i consolati italiani in Brasile, gli unici al mondo dove non si riescono a smaltire in tempi civili i processi di cittadinanza.
Sì, l’unico Paese, visto che nella vicina Argentina le sedi consolari italiane sono riuscite ad utilizzare positivamente le poche risorse umane e finanziarie della cosiddetta operazione “task force”: un progetto, voluto dal Governo Prodi e attuato dall’attuale, che aveva come obiettivo finale l’azzeramento di questa lunga e vergognosa fila di italiani in attesa del riconoscimento del loro diritto di cittadinanza.
Contro tutto questo abbiamo manifestato in Europa, ma anche in Nordamerica e nel Sudamerica.
Abbiamo voluto dire così alla nostra patria lontana quanto è grande il rischio di una progressiva e forse radicale e definitiva secessione tra le due Italie; e questa volta non stiamo parlando dell’Italia del Nord e del Sud ma dell’Italia dello stivale e di quella, altrettanto grande, che vive fuori dalla penisola.
sábado, 24 de julho de 2010
segunda-feira, 5 de julho de 2010
12 DOMANDE A BERLUCONI IN BRASILE
1) Il Parlamento ha approvato, su proposta del suo governo, un decreto legge che proroga di ulteriori due anni (dal 2010 al 2012) le elezioni per rinnovare gli organismi di rappresentanza di base degli italiani all’estero, i Comites e il Cgie. Questa proroga si aggiunge a quella di un anno approvata un anno fa: il risultato sarà la delegittimazione e la mortificazione di questi importanti organismi, che avrebbero invece un vitale bisogno di rinnovamento, a partire dall’inserimento delle giovani generazioni di italiani nel mondo. Il governo intende proseguire in questa politica di proroghe e nel sostegno di proposte di legge che diminuiscono il numero e i poteri dei Comites o si impegna a sostenere la rappresentanza degli italiani nel mondo ridando forza e un ruolo preciso a tali organismi?
2) In Brasile vive oggi la maggiore comunità di italo-discendenti al mondo: si tratta secondo stime attendibili di circa 36 milioni di persone; di queste oltre 300mila hanno la cittadinanza italiana (più della metà solo nella circoscrizione consolare di San Paolo). Con molte difficoltà e poche risorse è partita circa un anno fa la cosiddetta “operazione task-force” per consentire ai sei Consolati italiani presenti sull’enorme territorio brasiliano di evadere l’accumulo di oltre mezzo milione di domande di cittadinanza. Il governo intende sostenere tale azione, anche con il rafforzamento e l’estensione di una rete consolare precaria e non adeguata alle dimensioni del Brasile e della grandissima comunità di origine italiana?
3) In Brasile risiede anche la più grande comunità al mondo di discendenti dei territori dell’ex impero austro-ungarico ai quali, grazie alla legge 379/2000, è stato concesso il diritto di presentare domanda di cittadinanza italiana. Cosa intende fare il governo per diminuire i tempi di trattazione di tali domande presso l’apposita commissione ministeriale insediata a Roma e – dando seguito ad uno specifico Ordine del Giorno approvato dalla Camera – per valutare la possibilità di una proroga della scadenza del termine ultimo del 31/12/2010 per la presentazione di tali domande?
4) Presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera è tornato il disegno di legge che modifica la normativa sulla concessione della cittadinanza. In quel disegno di legge, gli aspetti riguardanti gli italiani all’estero sono completamente ignorati. Restano così senza risposta le annose e diffuse richieste di riaprire i termini per la concessione, di consentire a chi nato in Italia l’ha perduta di poterla riacquistare, di considerare finalmente le donne soggetti di pieno diritto anche sotto il profilo della trasmissione della cittadinanza, di superare l’odiosa discriminazione tra i figli nati prima dell’entrata in vigore della Costituzione e quelli nati dopo. Quale posizione il Governo prenderà nella discussione della legge sulla cittadinanza?
5) La grave riduzione dei finanziamenti per i corsi di lingua e cultura italiane all’estero penalizza una richiesta di “italianità” che negli ultimi tempi era in espansione e delude le aspettative delle nuove generazioni. Il Governo si impegna a interrompere la spirale discendente dei finanziamenti in questo campo e a ritornare almeno al livello raggiunto nell’ultima Finanziaria approvata dal Governo di centrosinistra?
6) I tagli delle ultime due Finanziarie stanno contenendo severamente le possibilità operative dei Centri di cultura, che dovrebbero essere, come quelli di nostri partners europei, gli avamposti culturali del Paese in aree di interesse strategico. Quali impegni il Governo assume per mettere gli Istituti di cultura nelle condizioni di svolgere efficacemente il loro ruolo? Per l’America Latina, in particolare, l’oscillazione dei cambi spesso taglia ulteriormente le risorse destinate alla loro attività. Perché il Governo non adotta un sistema di bilanciamento congiunturale, in modo che gli Istituti possano programmare la loro attività sulla base di risorse certe?
7) I tagli previsti dalle due ultime leggi finanziarie hanno colpito, come si diceva, l’assistenza diretta degli italiani all’estero e in modo particolare l’assistenza sanitaria. I nostri connazionali residenti in America Latina da tempo chiedono invece di dare continuità e valorizzare gli interventi volti a garantire agli italiani indigenti la necessaria copertura sanitaria tramite assicurazioni sanitarie e altre forme di assistenza laddove se ne verifichino le condizioni: un sistema sanitario locale insufficiente e la contemporanea disponibilità di società di assicurazione a condizioni adeguate. Cosa intende fare il suo Governo per venire incontro a queste legittime e impellenti richieste?
8) Sono decenni che lo Stato italiano promette l’istituzione di un assegno di solidarietà a favore degli italiani in stato di grave indigenza residenti in America Latina. Nessun Governo tra tutti quelli che si sono succeduti ha mai finora mantenuto le promesse. Non crede che sia arrivato il momento di dire una parola certa garantendo vitale sostegno ai propri cittadini costretti ad emigrare che vivono oggi in condizione di indigenza?
9) La protezione sociale dei nostri emigrati è certamente una delle priorità che il Governo dovrebbe affrontare in America Latina. Perché non viene approvato l’accordo di sicurezza sociale con il Cile e non vengono rinnovati gli accordi con il Brasile e l’Argentina oramai datati e inadatti a garantire una più equa ed efficace tutela previdenziale?
10) L’accordo contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Brasile nella parte che riguarda le pensioni è scritto in maniera ambigua ed è ha creato difficoltà interpretative alle autorità competenti. Paradossalmente, infatti, tutti i pensionati italiani residenti in Brasile i quali fanno valere un reddito da pensione superiore ai 5000 dollari vengono tassati due volte, prima alla fonte dal fisco italiano (sulla quota eccedente tale cifra) e poi nel Paese di residenza. Nonostante continui appelli e proteste, l’Italia non ha ancora superato questa forma di vessazione fiscale. Cosa intende fare il Governo per accogliere le giuste rivendicazioni dei nostri pensionati in Brasile?
11) I pagamenti delle pensioni dell’Inpdap in Brasile sono ancora oggi caratterizzati da procedure farraginose, ritardi, cambi penalizzanti, commissioni esose. Perché non è stato ancora possibile utilizzare anche per i pensionati italiani dell’Inpdap in Brasile il metodo dell’accredito diretto su conto corrente bancario in loco?
12) Il colpo che si è assestato all’unico strumento di presenza informativa all’estero, RAI Italia, eliminando dalla Convenzione del Governo con la RAI ben 12 milioni di euro, rende incerte e preoccupanti le prospettive del sistema comunicativo italiano verso l’estero. A questo si aggiunge la riduzione del 50% delle somme destinate alla stampa italiana all’estero, che svolge una insostituibile funzione di coesione e promozione comunitaria. Il Governo ha intenzione di reintegrare le risorse così gravemente decurtate? In particolare, si intende ripristinare il notiziario italiano in lingua portoghese, fornito gratuitamente alla rete informativa locale, per fare in modo che l’immagine dell’Italia si estenda e si accrediti?
2) In Brasile vive oggi la maggiore comunità di italo-discendenti al mondo: si tratta secondo stime attendibili di circa 36 milioni di persone; di queste oltre 300mila hanno la cittadinanza italiana (più della metà solo nella circoscrizione consolare di San Paolo). Con molte difficoltà e poche risorse è partita circa un anno fa la cosiddetta “operazione task-force” per consentire ai sei Consolati italiani presenti sull’enorme territorio brasiliano di evadere l’accumulo di oltre mezzo milione di domande di cittadinanza. Il governo intende sostenere tale azione, anche con il rafforzamento e l’estensione di una rete consolare precaria e non adeguata alle dimensioni del Brasile e della grandissima comunità di origine italiana?
3) In Brasile risiede anche la più grande comunità al mondo di discendenti dei territori dell’ex impero austro-ungarico ai quali, grazie alla legge 379/2000, è stato concesso il diritto di presentare domanda di cittadinanza italiana. Cosa intende fare il governo per diminuire i tempi di trattazione di tali domande presso l’apposita commissione ministeriale insediata a Roma e – dando seguito ad uno specifico Ordine del Giorno approvato dalla Camera – per valutare la possibilità di una proroga della scadenza del termine ultimo del 31/12/2010 per la presentazione di tali domande?
4) Presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera è tornato il disegno di legge che modifica la normativa sulla concessione della cittadinanza. In quel disegno di legge, gli aspetti riguardanti gli italiani all’estero sono completamente ignorati. Restano così senza risposta le annose e diffuse richieste di riaprire i termini per la concessione, di consentire a chi nato in Italia l’ha perduta di poterla riacquistare, di considerare finalmente le donne soggetti di pieno diritto anche sotto il profilo della trasmissione della cittadinanza, di superare l’odiosa discriminazione tra i figli nati prima dell’entrata in vigore della Costituzione e quelli nati dopo. Quale posizione il Governo prenderà nella discussione della legge sulla cittadinanza?
5) La grave riduzione dei finanziamenti per i corsi di lingua e cultura italiane all’estero penalizza una richiesta di “italianità” che negli ultimi tempi era in espansione e delude le aspettative delle nuove generazioni. Il Governo si impegna a interrompere la spirale discendente dei finanziamenti in questo campo e a ritornare almeno al livello raggiunto nell’ultima Finanziaria approvata dal Governo di centrosinistra?
6) I tagli delle ultime due Finanziarie stanno contenendo severamente le possibilità operative dei Centri di cultura, che dovrebbero essere, come quelli di nostri partners europei, gli avamposti culturali del Paese in aree di interesse strategico. Quali impegni il Governo assume per mettere gli Istituti di cultura nelle condizioni di svolgere efficacemente il loro ruolo? Per l’America Latina, in particolare, l’oscillazione dei cambi spesso taglia ulteriormente le risorse destinate alla loro attività. Perché il Governo non adotta un sistema di bilanciamento congiunturale, in modo che gli Istituti possano programmare la loro attività sulla base di risorse certe?
7) I tagli previsti dalle due ultime leggi finanziarie hanno colpito, come si diceva, l’assistenza diretta degli italiani all’estero e in modo particolare l’assistenza sanitaria. I nostri connazionali residenti in America Latina da tempo chiedono invece di dare continuità e valorizzare gli interventi volti a garantire agli italiani indigenti la necessaria copertura sanitaria tramite assicurazioni sanitarie e altre forme di assistenza laddove se ne verifichino le condizioni: un sistema sanitario locale insufficiente e la contemporanea disponibilità di società di assicurazione a condizioni adeguate. Cosa intende fare il suo Governo per venire incontro a queste legittime e impellenti richieste?
8) Sono decenni che lo Stato italiano promette l’istituzione di un assegno di solidarietà a favore degli italiani in stato di grave indigenza residenti in America Latina. Nessun Governo tra tutti quelli che si sono succeduti ha mai finora mantenuto le promesse. Non crede che sia arrivato il momento di dire una parola certa garantendo vitale sostegno ai propri cittadini costretti ad emigrare che vivono oggi in condizione di indigenza?
9) La protezione sociale dei nostri emigrati è certamente una delle priorità che il Governo dovrebbe affrontare in America Latina. Perché non viene approvato l’accordo di sicurezza sociale con il Cile e non vengono rinnovati gli accordi con il Brasile e l’Argentina oramai datati e inadatti a garantire una più equa ed efficace tutela previdenziale?
10) L’accordo contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Brasile nella parte che riguarda le pensioni è scritto in maniera ambigua ed è ha creato difficoltà interpretative alle autorità competenti. Paradossalmente, infatti, tutti i pensionati italiani residenti in Brasile i quali fanno valere un reddito da pensione superiore ai 5000 dollari vengono tassati due volte, prima alla fonte dal fisco italiano (sulla quota eccedente tale cifra) e poi nel Paese di residenza. Nonostante continui appelli e proteste, l’Italia non ha ancora superato questa forma di vessazione fiscale. Cosa intende fare il Governo per accogliere le giuste rivendicazioni dei nostri pensionati in Brasile?
11) I pagamenti delle pensioni dell’Inpdap in Brasile sono ancora oggi caratterizzati da procedure farraginose, ritardi, cambi penalizzanti, commissioni esose. Perché non è stato ancora possibile utilizzare anche per i pensionati italiani dell’Inpdap in Brasile il metodo dell’accredito diretto su conto corrente bancario in loco?
12) Il colpo che si è assestato all’unico strumento di presenza informativa all’estero, RAI Italia, eliminando dalla Convenzione del Governo con la RAI ben 12 milioni di euro, rende incerte e preoccupanti le prospettive del sistema comunicativo italiano verso l’estero. A questo si aggiunge la riduzione del 50% delle somme destinate alla stampa italiana all’estero, che svolge una insostituibile funzione di coesione e promozione comunitaria. Il Governo ha intenzione di reintegrare le risorse così gravemente decurtate? In particolare, si intende ripristinare il notiziario italiano in lingua portoghese, fornito gratuitamente alla rete informativa locale, per fare in modo che l’immagine dell’Italia si estenda e si accrediti?
sábado, 10 de abril de 2010
QUANDO GLI ITALIANI ALL'ESTERO ERANO DI MODA
“Gli italiani all’estero non sono più di moda”: lo ha scritto in un suo editoriale apparso sul principale giornale italiano, “Il Corriere della Sera”, il giornalista Gian Antonio Stella.
La frase, sicuramente provocatoria, apre un articolo dal titolo ancora più esplicito: “Italiani all’estero ‘traditi’ “ ! Un articolo scritto, si badi bene, non solo da uno dei maggiori esperti e conoscitori della storia della nostra emigrazione all’estero (uno dei pochi, ahinoi, giornalisti italiani che possono scrivere con cognizione di causa del fenomeno), ma anche da uno dei massimi fustigatori degli sprechi e delle ruberie di certa classe politica italiana.
Gian Antonio Stella è infatti famosissimo in Italia per essere (insieme al collega Sergio Rizzo) uno degli autori della “Casta”, il best seller che ha venduto diversi milioni di copie facendo le pulci alle nostre istituzioni democratiche, raccontandone e dettagliandone con dati precisi costi e privilegi.
Meno copie, purtroppo, ha venduto un altro suo bellissimo libro: “Quando gli albanesi eravamo noi”, storia sintetica ma chiara e obiettiva della ‘diaspora’ dei 28 milioni di italiani che nel corso di oltre un secolo di storia unitaria sono stati costretti a lasciare il nostro Paese.
Cosa c’entrano gli italiani all’estero con la casta; gli sprechi dell’amministrazione pubblica italiana con la diaspora degli italiani nel mondo?
Un nesso c’è, e nell’editoriale di Stella emerge in maniera polemica ma netta.
I governi italiani hanno sempre avuto paura di tagliare davvero costi e privilegi di un’amministrazione pubblica che potrebbe ‘dimagrire’ riducendo strutture obsolete o sussidi superflui; penso ad esempio alle “provincie”, una unità amministrativa intermedia tra i Comuni e le Regioni che oggi costituisce un inutile costo alle casse dello Stato ma che nessun governo fino ad adesso ha avuto il coraggio di tagliare. E gli esempi potrebbero continuare, spaziando in lungo e in largo tra le pieghe dei sussidi statali o delle spese dei singoli enti locali (Comuni, Provincie, Regioni).
In Italia (e non solo in Italia) non è facile eliminare nei fatti e non a parole le spese inutili e gli sprechi che si annidano nei bilanci di tali amministrazioni. Dove si taglia invece, a man bassa e senza pietà? Su tutti (tutti !) i capitoli di bilancio destinati agli italiani che vivono all’estero, alla faccia del ‘debito storico’ del nostro Paese con questi nostri connazionali o della ‘risorsa straordinaria’ da essi rappresentati in tutti gli angoli del mondo. “Debito storico”, “risorsa straordinaria”: si tratta ormai di vecchi slogan, di frasi fatte e non più di moda, appunto, come recita l’articolo apparso qualche settimana fa sul “Corriere”.
Perché questo accade? Secondo la riflessione sviluppata dall’articolo di Gian Antonio Stella semplicemente per un cinico interesse di natura politica: gli italiani all’estero non votano nelle elezioni amministrative (comunali, provinciali e regionali) e quindi non possono reagire ai tagli a loro imposti. Sì, qualcuno obietterà, c’è sempre il tanto invocato voto all’estero, ottenuto dopo anni di conquiste e oggi rappresentato dai diciotto membri del Parlamento eletti dagli oltre quattro milioni di italiani nel mondo. Un voto lontano però (si voterà solo nel 2013) che ampi settori della maggioranza che sostiene il governo (e qualche esponente dell’opposizione) vorrebbero eliminare quanto prima, o quantomeno modificare a tal punto da renderlo impermeabile alle rivendicazioni degli italianie dei loro discendenti che vivono fuori dai confini nazionali.
Purtroppo la scelleratezza di chi ha messo in lista all’estero personaggi impresentabili in Italia, un meccanismo di voto troppo esposto ai brogli e le interferenze della delinquenza organizzata (anche su chi aveva il compito di vigilare sulla correttezza del voto) hanno contribuito a minare alla base tale diritto, esponendolo al ludibrio dell’opinione pubblica italiana.
Lo stesso sta succedendo con il diritto alla cittadinanza italiana ‘ius sanguinis’ da parte degli italo-discendenti, infangato da personaggi che nulla hanno a che vedere con l’onore e la legalità.
La migliore difesa – a volte - è l’attacco; questo adagio popolare va utilizzato anche in questo caso.
Per difendere i diritti conquistati quando (almeno apparentemente) noi italiani all’estero eravamo “di moda” dobbiamo difenderli proponendo soluzioni credibili che possano migliorare il sistema del voto all’estero; al tempo stesso dobbiamo esigere dalla magistratura e dalla nostra rete diplomatico-consolare il massimo di rigore verso quanti si sono prestati, in Italia e fuori, ad azioni e fatti che hanno colpito al cuore un diritto quasi sacrale, ossia il riconoscimento della cittadinanza grazie al “sangue” dei nostri coraggiosi antenati.
La frase, sicuramente provocatoria, apre un articolo dal titolo ancora più esplicito: “Italiani all’estero ‘traditi’ “ ! Un articolo scritto, si badi bene, non solo da uno dei maggiori esperti e conoscitori della storia della nostra emigrazione all’estero (uno dei pochi, ahinoi, giornalisti italiani che possono scrivere con cognizione di causa del fenomeno), ma anche da uno dei massimi fustigatori degli sprechi e delle ruberie di certa classe politica italiana.
Gian Antonio Stella è infatti famosissimo in Italia per essere (insieme al collega Sergio Rizzo) uno degli autori della “Casta”, il best seller che ha venduto diversi milioni di copie facendo le pulci alle nostre istituzioni democratiche, raccontandone e dettagliandone con dati precisi costi e privilegi.
Meno copie, purtroppo, ha venduto un altro suo bellissimo libro: “Quando gli albanesi eravamo noi”, storia sintetica ma chiara e obiettiva della ‘diaspora’ dei 28 milioni di italiani che nel corso di oltre un secolo di storia unitaria sono stati costretti a lasciare il nostro Paese.
Cosa c’entrano gli italiani all’estero con la casta; gli sprechi dell’amministrazione pubblica italiana con la diaspora degli italiani nel mondo?
Un nesso c’è, e nell’editoriale di Stella emerge in maniera polemica ma netta.
I governi italiani hanno sempre avuto paura di tagliare davvero costi e privilegi di un’amministrazione pubblica che potrebbe ‘dimagrire’ riducendo strutture obsolete o sussidi superflui; penso ad esempio alle “provincie”, una unità amministrativa intermedia tra i Comuni e le Regioni che oggi costituisce un inutile costo alle casse dello Stato ma che nessun governo fino ad adesso ha avuto il coraggio di tagliare. E gli esempi potrebbero continuare, spaziando in lungo e in largo tra le pieghe dei sussidi statali o delle spese dei singoli enti locali (Comuni, Provincie, Regioni).
In Italia (e non solo in Italia) non è facile eliminare nei fatti e non a parole le spese inutili e gli sprechi che si annidano nei bilanci di tali amministrazioni. Dove si taglia invece, a man bassa e senza pietà? Su tutti (tutti !) i capitoli di bilancio destinati agli italiani che vivono all’estero, alla faccia del ‘debito storico’ del nostro Paese con questi nostri connazionali o della ‘risorsa straordinaria’ da essi rappresentati in tutti gli angoli del mondo. “Debito storico”, “risorsa straordinaria”: si tratta ormai di vecchi slogan, di frasi fatte e non più di moda, appunto, come recita l’articolo apparso qualche settimana fa sul “Corriere”.
Perché questo accade? Secondo la riflessione sviluppata dall’articolo di Gian Antonio Stella semplicemente per un cinico interesse di natura politica: gli italiani all’estero non votano nelle elezioni amministrative (comunali, provinciali e regionali) e quindi non possono reagire ai tagli a loro imposti. Sì, qualcuno obietterà, c’è sempre il tanto invocato voto all’estero, ottenuto dopo anni di conquiste e oggi rappresentato dai diciotto membri del Parlamento eletti dagli oltre quattro milioni di italiani nel mondo. Un voto lontano però (si voterà solo nel 2013) che ampi settori della maggioranza che sostiene il governo (e qualche esponente dell’opposizione) vorrebbero eliminare quanto prima, o quantomeno modificare a tal punto da renderlo impermeabile alle rivendicazioni degli italianie dei loro discendenti che vivono fuori dai confini nazionali.
Purtroppo la scelleratezza di chi ha messo in lista all’estero personaggi impresentabili in Italia, un meccanismo di voto troppo esposto ai brogli e le interferenze della delinquenza organizzata (anche su chi aveva il compito di vigilare sulla correttezza del voto) hanno contribuito a minare alla base tale diritto, esponendolo al ludibrio dell’opinione pubblica italiana.
Lo stesso sta succedendo con il diritto alla cittadinanza italiana ‘ius sanguinis’ da parte degli italo-discendenti, infangato da personaggi che nulla hanno a che vedere con l’onore e la legalità.
La migliore difesa – a volte - è l’attacco; questo adagio popolare va utilizzato anche in questo caso.
Per difendere i diritti conquistati quando (almeno apparentemente) noi italiani all’estero eravamo “di moda” dobbiamo difenderli proponendo soluzioni credibili che possano migliorare il sistema del voto all’estero; al tempo stesso dobbiamo esigere dalla magistratura e dalla nostra rete diplomatico-consolare il massimo di rigore verso quanti si sono prestati, in Italia e fuori, ad azioni e fatti che hanno colpito al cuore un diritto quasi sacrale, ossia il riconoscimento della cittadinanza grazie al “sangue” dei nostri coraggiosi antenati.
quinta-feira, 17 de dezembro de 2009
L'ANNO CHE VERRA'
Perché e quando gli italiani sono passati ad essere il popolo più triste d’Europa e cosa fare per farli ridiventare quel popolo simpatico e cordiale che tutto il mondo ha conosciuto.
L’Italia è cambiata, non è più la stessa, non è più simile a sé stessa o – meglio – non è più simile all’immagine che tutti nel mondo abbiamo sempre avuto del Belpaese: l’Italia allegra e spensierata, il Paese del lieto vivere, della proverbiale cordialità e simpatia dei suoi abitanti non esiste più.
Una constatazione che sino a qualche tempo fa veniva fatta di solito dai nostri emigranti al loro rientro a casa, o al paese dei loro nonni o bisnonni; dov’era finito quel popolo allegro e ospitale, sempre pronto alla battuta e all’accoglienza sorridente e disinteressata? Oggi i primi ad ammettere questo cambiamento, questa vera e propria trasformazione o metamorfosi della loro maniera di essere sono gli stessi italiani. Sconsolatamente e con una certa rassegnazione.
Perché tutto questo è avvenuto e, soprattutto, quando è iniziato questo processo che ha trasformato nel giro di pochi decenni gli italiani dal popolo più felice a quello più pessimista d’Europa?
Per trovare una risposta e forse anche una data dobbiamo fare un salto all’indietro di circa trent’anni. Siamo nella seconda metà degli anni’70, quando esplode in Italia con tutta la sua virulenza il fenomeno del terrorismo. Attentati, sparatorie, sequestri di persona, sono all’ordine del giorno. Improvvisamente, in particolare nelle grandi città, si comincia ad aver paura di uscire la sera, di andare in luoghi affollati, si diventa sospettosi verso il vicino di casa o il collega da poco seduto nella scrivania accanto alla nostra.
I miei genitori rinunciarono all’ultimo momento di trasferirsi dalla Sicilia a Roma per paura; sì, la paura di perdere la sicurezza che una piccola cittadina di provincia poteva offrire ad una famiglia con figli in età scolare.
Sono anche gli anni del cosiddetto “riflusso”. Dopo la grande partecipazione democratica del dopoguerra, le conquiste sociali dei governi di centro-sinistra e l’euforia collettiva di studenti e lavoratori del sessantotto/sessantanove, la politica non è più di moda; entra in scena con irruenza il privato, entrano in crisi i ‘grandi miti’ collettivi.
In quegli anni Lucio Dalla, uno dei cantautori italiani più famosi anche all’estero, scrive una canzone intitolata “L’anno che verrà” nella quale descrive alla sua maniera e con la forza magica di musiche e parole sapientemente coniugate il clima di quel periodo. La canzone è una lettera ad un amico, scritta a pochi giorni dalla fine di uno di quegli anni bui e pesanti: “Caro amico ti scrivo – canta Lucio – così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò”.
Dopo poche strofe ecco come il cantautore descrive il clima di quegli anni: “Si esce poco la sera, compreso quando è festa, e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra (…) e si sta senza parlare per intere settimane, e a quelli che hanno cose da dire di tempo ne rimane”.
In questi trent’anni l’Italia è cambiata e ancora di più sono cambiati gli italiani; agli anni del riflusso e del terrorismo sono seguiti gli anni di “mani pulite” e dell’ingresso del nostro Paese nell’Europa della moneta unica, con il passaggio dalla lira all’euro; un lungo periodo di scarsa crescita economica, di crescente disoccupazione e di difficile mantenimento per le famiglie italiane dei livelli di benessere ottenuti precedentemente. Fino ad arrivare ai tempi più recenti dominati dal “berlusconismo” e dal “leghismo”. Il partito di Berlusconi e la Lega Nord hanno in qualche modo incarnato meglio di qualsiasi altro movimento questo disagio e questa difficoltà del Paese ad uscire dalla spirale perversa nel quale è entrata negli anni ’80. Lo hanno fatto, a mio avviso, accentuando gli aspetti e gli effetti negativi di questa crisi, rafforzandone le tentazioni alla chiusura e all’isolamento del Paese e non le speranze di apertura e di cambiamento. La grave disattenzione di questi ultimi anni verso gli italiani nel mondo e le politiche severe e xenofobe in materia di immigrazione ne sono uno degli esempi più lampanti.
Eppure, nonostante questo scenario certamente non ottimista, come italiano non voglio perdere la speranza di vedere il mio popolo recuperare quei valori e quelle caratteristiche che nel corso dei secoli l’hanno reso simpatico, unico e inimitabile agli occhi di tutto il mondo. E voglio credere che questo miracolo si realizzerà anche grazie a tanti milioni di stranieri in Italia e di italiani nel mondo.
“L’anno che sta arrivando – concludeva la canzone di Dalla – tra un anno finirà; io mi sto preparando ed è questa la novità !”
L’Italia è cambiata, non è più la stessa, non è più simile a sé stessa o – meglio – non è più simile all’immagine che tutti nel mondo abbiamo sempre avuto del Belpaese: l’Italia allegra e spensierata, il Paese del lieto vivere, della proverbiale cordialità e simpatia dei suoi abitanti non esiste più.
Una constatazione che sino a qualche tempo fa veniva fatta di solito dai nostri emigranti al loro rientro a casa, o al paese dei loro nonni o bisnonni; dov’era finito quel popolo allegro e ospitale, sempre pronto alla battuta e all’accoglienza sorridente e disinteressata? Oggi i primi ad ammettere questo cambiamento, questa vera e propria trasformazione o metamorfosi della loro maniera di essere sono gli stessi italiani. Sconsolatamente e con una certa rassegnazione.
Perché tutto questo è avvenuto e, soprattutto, quando è iniziato questo processo che ha trasformato nel giro di pochi decenni gli italiani dal popolo più felice a quello più pessimista d’Europa?
Per trovare una risposta e forse anche una data dobbiamo fare un salto all’indietro di circa trent’anni. Siamo nella seconda metà degli anni’70, quando esplode in Italia con tutta la sua virulenza il fenomeno del terrorismo. Attentati, sparatorie, sequestri di persona, sono all’ordine del giorno. Improvvisamente, in particolare nelle grandi città, si comincia ad aver paura di uscire la sera, di andare in luoghi affollati, si diventa sospettosi verso il vicino di casa o il collega da poco seduto nella scrivania accanto alla nostra.
I miei genitori rinunciarono all’ultimo momento di trasferirsi dalla Sicilia a Roma per paura; sì, la paura di perdere la sicurezza che una piccola cittadina di provincia poteva offrire ad una famiglia con figli in età scolare.
Sono anche gli anni del cosiddetto “riflusso”. Dopo la grande partecipazione democratica del dopoguerra, le conquiste sociali dei governi di centro-sinistra e l’euforia collettiva di studenti e lavoratori del sessantotto/sessantanove, la politica non è più di moda; entra in scena con irruenza il privato, entrano in crisi i ‘grandi miti’ collettivi.
In quegli anni Lucio Dalla, uno dei cantautori italiani più famosi anche all’estero, scrive una canzone intitolata “L’anno che verrà” nella quale descrive alla sua maniera e con la forza magica di musiche e parole sapientemente coniugate il clima di quel periodo. La canzone è una lettera ad un amico, scritta a pochi giorni dalla fine di uno di quegli anni bui e pesanti: “Caro amico ti scrivo – canta Lucio – così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò”.
Dopo poche strofe ecco come il cantautore descrive il clima di quegli anni: “Si esce poco la sera, compreso quando è festa, e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra (…) e si sta senza parlare per intere settimane, e a quelli che hanno cose da dire di tempo ne rimane”.
In questi trent’anni l’Italia è cambiata e ancora di più sono cambiati gli italiani; agli anni del riflusso e del terrorismo sono seguiti gli anni di “mani pulite” e dell’ingresso del nostro Paese nell’Europa della moneta unica, con il passaggio dalla lira all’euro; un lungo periodo di scarsa crescita economica, di crescente disoccupazione e di difficile mantenimento per le famiglie italiane dei livelli di benessere ottenuti precedentemente. Fino ad arrivare ai tempi più recenti dominati dal “berlusconismo” e dal “leghismo”. Il partito di Berlusconi e la Lega Nord hanno in qualche modo incarnato meglio di qualsiasi altro movimento questo disagio e questa difficoltà del Paese ad uscire dalla spirale perversa nel quale è entrata negli anni ’80. Lo hanno fatto, a mio avviso, accentuando gli aspetti e gli effetti negativi di questa crisi, rafforzandone le tentazioni alla chiusura e all’isolamento del Paese e non le speranze di apertura e di cambiamento. La grave disattenzione di questi ultimi anni verso gli italiani nel mondo e le politiche severe e xenofobe in materia di immigrazione ne sono uno degli esempi più lampanti.
Eppure, nonostante questo scenario certamente non ottimista, come italiano non voglio perdere la speranza di vedere il mio popolo recuperare quei valori e quelle caratteristiche che nel corso dei secoli l’hanno reso simpatico, unico e inimitabile agli occhi di tutto il mondo. E voglio credere che questo miracolo si realizzerà anche grazie a tanti milioni di stranieri in Italia e di italiani nel mondo.
“L’anno che sta arrivando – concludeva la canzone di Dalla – tra un anno finirà; io mi sto preparando ed è questa la novità !”
quinta-feira, 26 de novembro de 2009
2011, 2014, 2016
“La rivoluzione del ceto medio”: così si apriva l’inchiesta dedicata da un grande quotidiano italiano al boom economico che nei prossimi anni sconvolgerà l’attuale classifica dei Paesi più ricchi e industrializzati. Grazie infatti alla crescita della ‘classe media’ e della relativa spinta ai consumi, i Paesi oggi definiti ‘emergenti’ come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina guideranno insieme agli Stati Uniti e al blocco dell’Unione Europea l’economia mondiale.
Non è un caso che – dopo la vittoriosa candidatura brasiliana per organizzare la Coppa del mondo di calcio del 2014 - Rio de Janeiro abbia battuto in maniera così perentoria la concorrenza di Chicago, Tokyo e Madrid per le Olimpiadi del 2016: Stati Uniti, Giappone, e Spagna (unico paese europeo rimasto in gara fino all’ultimo) rappresentavano infatti il vecchio sistema economico mondiale, mentre il Brasile si è imposto anche per essere uno dei leader del Bric (i quattro paesi emergenti) nonchè il capofila di un continente che mai fino ad ora aveva avuto l’onore di ospitare una edizione dei giochi.
Il carisma internazionale di Lula, il nome e il prestigio di Pelè, la popolarità e l’appeal di uno scrittore come Paulo Coelho hanno fatto il resto, contribuendo non solo a portare a casa l’olimpiade ma più in generale ad affermare in maniera definitiva e direi anche plateale il peso ormai riconosciuto da tutti del Brasile nel nuovo scenario internazionale.
Questa vittoria è anche un po’ nostra; di noi italiani, dico.
No, non mi riferisco ai cinque importanti voti che la delegazione italiana ha riversato sulla candidatura di “Rio 2016” (magari sperando nel sostegno brasiliano a “Roma 2020”). Sto parlando della rivoluzione pacifica e democratica che lentamente ma inesorabilmente sta spingendo il Brasile lontano dalle secche dei Paesi in via di sviluppo, attraversando il complesso e contraddittorio cammino dei Paesi emergenti, per approdare infine al consesso dei Paesi maggiormente sviluppati.
Una rivoluzione segnata, come dicevamo all’inizio, dalla crescita netta e costante della classe media, all’interno della quale la popolazione degli oltre trenta milioni di italo-discendenti costituisce senz’altro una componente determinante.
Gli italiani, potremmo dire, dopo aver fatto la “Merica” hanno fatto il Brasile, questo Brasile che oggi si impone sulla scena mondiale riscuotendo successi e meritandosi il rispetto anche di quanti fino a pochi anni fa denigravano o addirittura sbeffeggiavano il gigante sudamericano.
Certo, le contraddizioni continuano ad esistere: le fasce più povere della popolazione sono ancora fortemente presenti nella composizione socio-demografica del Paese; le istituzioni sono ancora affette da fenomeni di corruzione frutto spesso di una mancata e necessaria riforma politica; infrastrutture precarie o inesistenti relegano grandi aree del Paese ad un ruolo subalterno rispetto alle zone più ricche e avanzate; burocrazia e dazi doganali a volte rendono lenta e difficile una piena internazionalizzazione del sistema con la conseguente apertura ai mercati esteri.
Tutti fattori critici che andranno affrontati con determinazione, soprattutto dal governo che succederà a Lula nel 2010, che avrà l’arduo ma entusiasmante compito di tradurre questa grande eredità politica ed economica in scelte precise di sviluppo economico e giustizia sociale.
In questo contesto il nostro Paese si prepara fin da adesso ad un appuntamento doppiamente importante: il 2011 sarà l’anno delle celebrazioni, in Italia e nel mondo, dei 150 anni dall’unità d’Italia; ma anche l’anno dell’Italia in Brasile, per il quale si stanno già ideando e prospettando una serie di importanti iniziative coordinate dalla nostra Ambasciata di Brasilia.
I 150 anni di storia italiana dovranno dare uno spazio adeguato al ruolo delle nostre comunità emigrate in tutti questi anni nei quattro continenti: una epopea che ha visto milioni di italiani lasciare la loro terra natale per avventurarsi in paesi e nazioni a loro sconosciuti; il lavoro, il sacrificio e le realizzazioni di questi emigrati costituiscono una delle pagine più amare ma anche più belle della storia ultracentenaria del Paese. In Brasile dovremo celebrare questa importante ricorrenza con un grande evento ed una serie di iniziative ad esso dedicate.
Contemporaneamente, l’anno dell’Italia in Brasile non dovrà ridursi ad una parata di delegazioni di carattere turistico-istituzionale o all’organizzazione di questa o quella iniziativa motivata dall’intento di fare vedere che “ci siamo anche noi”. Si tratta di una seria opportunità per consolidare una presenza spesso troppo frammentata e disorganizzata; un occasione quindi per fare davvero ‘Sistema’, mostrando le nostre eccellenze ma anche cogliendo qui in Brasile le reali opportunità di collaborazione economica e commerciale per le nostre piccole e medie imprese.
Obiettivi ambiziosi e che guardano ad un risultato di medio e lungo periodo, esattamente come fecero i milioni di nostri concittadini che qui iniziarono ad arrivare oltre un secolo fa: ambiziosi e lungimiranti, appunto.
Non è un caso che – dopo la vittoriosa candidatura brasiliana per organizzare la Coppa del mondo di calcio del 2014 - Rio de Janeiro abbia battuto in maniera così perentoria la concorrenza di Chicago, Tokyo e Madrid per le Olimpiadi del 2016: Stati Uniti, Giappone, e Spagna (unico paese europeo rimasto in gara fino all’ultimo) rappresentavano infatti il vecchio sistema economico mondiale, mentre il Brasile si è imposto anche per essere uno dei leader del Bric (i quattro paesi emergenti) nonchè il capofila di un continente che mai fino ad ora aveva avuto l’onore di ospitare una edizione dei giochi.
Il carisma internazionale di Lula, il nome e il prestigio di Pelè, la popolarità e l’appeal di uno scrittore come Paulo Coelho hanno fatto il resto, contribuendo non solo a portare a casa l’olimpiade ma più in generale ad affermare in maniera definitiva e direi anche plateale il peso ormai riconosciuto da tutti del Brasile nel nuovo scenario internazionale.
Questa vittoria è anche un po’ nostra; di noi italiani, dico.
No, non mi riferisco ai cinque importanti voti che la delegazione italiana ha riversato sulla candidatura di “Rio 2016” (magari sperando nel sostegno brasiliano a “Roma 2020”). Sto parlando della rivoluzione pacifica e democratica che lentamente ma inesorabilmente sta spingendo il Brasile lontano dalle secche dei Paesi in via di sviluppo, attraversando il complesso e contraddittorio cammino dei Paesi emergenti, per approdare infine al consesso dei Paesi maggiormente sviluppati.
Una rivoluzione segnata, come dicevamo all’inizio, dalla crescita netta e costante della classe media, all’interno della quale la popolazione degli oltre trenta milioni di italo-discendenti costituisce senz’altro una componente determinante.
Gli italiani, potremmo dire, dopo aver fatto la “Merica” hanno fatto il Brasile, questo Brasile che oggi si impone sulla scena mondiale riscuotendo successi e meritandosi il rispetto anche di quanti fino a pochi anni fa denigravano o addirittura sbeffeggiavano il gigante sudamericano.
Certo, le contraddizioni continuano ad esistere: le fasce più povere della popolazione sono ancora fortemente presenti nella composizione socio-demografica del Paese; le istituzioni sono ancora affette da fenomeni di corruzione frutto spesso di una mancata e necessaria riforma politica; infrastrutture precarie o inesistenti relegano grandi aree del Paese ad un ruolo subalterno rispetto alle zone più ricche e avanzate; burocrazia e dazi doganali a volte rendono lenta e difficile una piena internazionalizzazione del sistema con la conseguente apertura ai mercati esteri.
Tutti fattori critici che andranno affrontati con determinazione, soprattutto dal governo che succederà a Lula nel 2010, che avrà l’arduo ma entusiasmante compito di tradurre questa grande eredità politica ed economica in scelte precise di sviluppo economico e giustizia sociale.
In questo contesto il nostro Paese si prepara fin da adesso ad un appuntamento doppiamente importante: il 2011 sarà l’anno delle celebrazioni, in Italia e nel mondo, dei 150 anni dall’unità d’Italia; ma anche l’anno dell’Italia in Brasile, per il quale si stanno già ideando e prospettando una serie di importanti iniziative coordinate dalla nostra Ambasciata di Brasilia.
I 150 anni di storia italiana dovranno dare uno spazio adeguato al ruolo delle nostre comunità emigrate in tutti questi anni nei quattro continenti: una epopea che ha visto milioni di italiani lasciare la loro terra natale per avventurarsi in paesi e nazioni a loro sconosciuti; il lavoro, il sacrificio e le realizzazioni di questi emigrati costituiscono una delle pagine più amare ma anche più belle della storia ultracentenaria del Paese. In Brasile dovremo celebrare questa importante ricorrenza con un grande evento ed una serie di iniziative ad esso dedicate.
Contemporaneamente, l’anno dell’Italia in Brasile non dovrà ridursi ad una parata di delegazioni di carattere turistico-istituzionale o all’organizzazione di questa o quella iniziativa motivata dall’intento di fare vedere che “ci siamo anche noi”. Si tratta di una seria opportunità per consolidare una presenza spesso troppo frammentata e disorganizzata; un occasione quindi per fare davvero ‘Sistema’, mostrando le nostre eccellenze ma anche cogliendo qui in Brasile le reali opportunità di collaborazione economica e commerciale per le nostre piccole e medie imprese.
Obiettivi ambiziosi e che guardano ad un risultato di medio e lungo periodo, esattamente come fecero i milioni di nostri concittadini che qui iniziarono ad arrivare oltre un secolo fa: ambiziosi e lungimiranti, appunto.
Ricardo
Caro Ricardo,parabèns pelo teu blog, que nao conhecia !Vou me tornar um usuario/freguès das tuas notas.A proposito, por acaso tem mais fotos da visita de Lula em Italia (eu estavo com o Massimo D'Alema no encontro no Hotel Hassler Villa Medici...).Um abraço,Fabio Porta
segunda-feira, 19 de outubro de 2009
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